The trauma of painting. Sulla mostra di Burri al Guggenheim di New York

o-ALBERTO-BURRI-facebookIl centenario di Alberto Burri (1915-1995) offre la possibilità di nuove riflessioni sulla sua opera: una “via”, quella percorsa dall’artista di Città di Castello, individuata nei suoi momenti salienti ma ancora da definire nel suo procedere e soprattutto nella sua conclusione.

1021_FL-alberto-burri-the-trauma-of-painting_2000x1125-1940x1091La retrospettiva (la prima in trentacinque anni) che il Guggenheim di New York gli ha dedicato (si chiude il 6 gennaio) è un invito proprio in questo senso: dai “Catrami” alle “Muffe”, ai “Gobbi”, ai “Legni”, ai “Ferri”, alle “Combustioni plastiche”, agli ultimi lavori – i grandi cicli dei “Cellotex works” – l’opera di Burri è raccolta e ordinata non solo nelle fasi, vero teatro della materia, ma anche nei rapporti che essa intrattiene con le esperienze americane, analoghe quanto a elementi e soprattutto, a istanze comuni e forse da Burri portate a ulteriore chiarezza circa le soluzioni perseguibili e perseguite.

legno“The trauma of painting”, il catalogo dell’evento curato da Emily Brown, orienta ad un concetto di “azione pittorica” comune ad americani ed europei, quel “gesto” che sarebbe divenuto sì possibilità espressiva di straordinaria libertà ma anche, non in ugual misura, tramite del recupero della storia del soggetto. Dell’arte americana, Burri conferma quindi l’inevitabilità delle opzioni tentate: conseguendo un ulteriore passo nel medesimo territorio. Se già con Jackson Pollock l’”automatismo surrealista” veniva interpretato in modo da liberare l’atto da istanze sentite tra loro oppositive, con Burri l’idea di forma poteva essere portata a una nuova integrazione proprio con esse. Fin dalle “Muffe” – opere che più si ricollegano all’esperienza dell’espressionismo astratto – ai “Sacchi” (con i quali inizia il Burri che tutti conoscono), a quegli esiti nei quali alla materia è data maggior autonomia, i “Ferri”, l’idea di forma, riconosciuta da Burri intrinseca alla possibilità della materia, si lega a un riconoscibile principio di “rappresentanza” psichica, che nelle ultime opere sarà la vera partita in gioco.

Due istanze

IMG_3628Quando Robert Rauschenberg visitò lo studio di Burri – mostrando al maestro una scatoletta con dentro una mosca – fu subito chiaro che la strada di colui che avrebbe segnato l’arte americana successiva, sarebbe stata altra da quella di Burri. Il versare il colore su tronchi e assi, la reificazione dell’oggetto fuori dal quadro, fino alla sua metamorfosi in trofeo da esibire (come per gli uccelli impagliati), sembrano tante prove di un parricidio, compiuto da altri, assimilato, dal quale separasi partecipando a un qualche master, per impaginare poi, come in un notiziario, i fotogrammi della memoria individuale e collettiva.

In Burri non scorgiamo mai disprezzo, spregio, affronto o reattivo recupero di quanto negato, semmai, all’opposto, un esibito, orgoglioso, bisogno di dimostrare.

IMG_3642Con la stessa abilità con la quale Burri colpiva un piattello, così sapeva far centro con materiali che son fuori del quadro restando nel quadro, legando tra loro frammenti eterogenei in una forma che aspira a volte addirittura al sublime. Anche quando fu totalmente “materia”, l’atto creativo s’interrompe sull’orlo di una strozzata metafora, ma più convincente di una metafora compiuta. Il segreto di Burri sarà sempre quello di fermarsi un attimo prima della conclusione (ma non contro la conclusione). Nei “Cretti” tutto ciò è quasi lapidario: la materia, lasciata alle sue leggi, è bloccata prima di trascendersi in una crepa assoluta.

Materia amata, alla quale Burri si lega è da cui è detto.

Guggenheim-Burri-grande-ferroL’imprescindibile biografia intervista di Stefano Zorzi (1) ci racconta e delle fughe da scuola per dare sfogo alla passione per il gioco del calcio e dell’amore per il greco. Un livello basso e un livello alto, mai veramente in opposizione tra loro. A questi dobbiamo l’interminato epos di materia e forma? Saranno gli esiti ultimi, le oniriche condensazioni dei “Cicli”, la reiterata e semplice libertà di aggredire la materia, di trattarla, a spingerci oltre, quasi che grazie ad essi Burri fosse pervenuto alle ragioni o ai principi primi del suo stesso epos.

(1) Stefano Zorzi, Parola di Burri, Allemandi, 1995.

 

Burri: The Trauma of Painting
09/10/2015 – 06/01/2016
Solomon R. Guggenhein museum di New York
www.guggenheim.org

 

(Mario Cancelli – 1. continua)

 

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