#Pollock365 a Venezia – 2. “Murale”, una Cappella Sistina dell’individuo moderna

collezione-peggy-guggenheim[1]“Il cavaliere” di Marino Marini apre le braccia all’eletto visitatore che sbarchi all’approdo del museo sul Canal grande: un abbraccio ecumenico su acque che invitano al sogno, al piacere di vedere senza presupposti.

Si ha così la possibilità di incontrare immediatamente “Murale” (1943), che della pittura astratta di Pollock fu l’inizio. Se non siete tra questi fortunati, è perché siete entrati dall’ingresso principale, per visitare la prima palazzina dove fino al 14 settembre erano accolte opere di T. Benton, il principale maestro di Pollock, di Charles, e celebri episodi della fase espressionista di Pollock.

Molte le sorprese.

Infatti, arrivati alla sala di cui abbiamo detto, si è chiamati a una ricapitolazione, impegnativa quanto ricca di soddisfazione, grazie alla dote di un tesoro che, come si dirà, contiene più che anticipi, nuove possibilità di lettura.

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08INSIDEART-master1050-v2[1]“Murale” è un telero di “non si sa” quanti metri: diciamo così perché inizio e fine naturalmente ci sono, ma come conseguenza di qualcosa che assomiglia all’esperienza del destarsi dal sogno.

Fu dipinto di getto, in una notte, dopo molte ore di veglia preparatoria; andrebbe visto da destra a sinistra, seguendo il gesto dal colore blu e intriso di toni cupi, gesto che si ripete come chi cammini con la sospesa rapidità propria di un sogno.

Negarsi l’incontro con quest’opera è faccenda grave, da riparare solo con un più oneroso viaggio negli USA.

Con “Murale” termina la tradizione contemplativa della pittura che ancora vigeva con Picasso, pur nella scomposizione a lui propria.

sala pollockAccettato il giudizio che l’Action painting dilati i confini dell’arte, la domanda se “Murale” sia bello o meno ha poco senso.

Forse l’opera perpetua qualcosa di simile all’istante del risveglio, come in una moderna Cappella Sistina dell’individuo, che potrebbe continuare indefinitamente.

Assistiamo alla ripetizione di un gesto che si è scrollato di dosso la figurazione ma non un legame di rappresentanza del reale.

È gesto che crea e vive nello spazio cercando e bruciando il tempo che separa dalla soddisfazione.

Invece di una storia, una carrellata senza fine, in controluce: un ritmo, un sentore di rito, un’energia (!) che tiene stretto a sé, nella condensazione di un sogno, il quotidiano. Una danza sincopata che ingloba le passate esperienze e quasi le vomita. Se la Danza di Matisse era la rappresentazione di un moto, qui lo si vive.

(Mario Cancelli 2. continua)

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